Se nel 2019 la Badminton World Federation l’aveva giudicata la migliore promessa dell’anno un qualche motivo doveva pur averlo avuto. Diciamo che la An ha mantenuto le promesse in maniera a dir poco lusinghiera: Uber Cup e Asian Games nel 2022, campionessa mondiale nel 2023 stesso anno in cui arriva al primo posto del ranking BWF, che tuttora mantiene, adesso oro alle Olimpiadi, cosa si può volere di più dalla vita a 22 anni? Di poterla continuare così ovviamente.
La He ha cercato di opporsi ma non c’è stato nulla da fare e quindi se accomodata sul secondo gradino del podio,dove l’aspettava la indonesiana Tunjung, che senza colpo ferire si era già aggiudicata il bronzo per il noto infortunio della Marin, che dagli ultimi esami medici sembra abbia riportato la frattura al crociato del ginocchio destro e del menisco interno e esterno.
Veniamo alla semifinale, quella degli uomini si è disputata per fortuna, con un inizio talmente soporifero che con Lee quasi quasi mi addormentavo anch’io, felicissimo di tutto ciò un galvanizzato Sen che però una volta che il malese si riprendeva dal letargo trovava difficile chiudere i punti come nella prima frazione di gioco che aveva vinto 21-13, fatto sta che la musica cambia e per l’indiano, che ha dato letteralmente il sangue per questa vittoria causa una ferita al braccio destro che costringeva glia addetti a pulire costantemente la “court”, l’illusione di diventare il primo medagliato della sua nazione sfuma con i due successivi set che terminano, mestamente per lui, 16-21 11-21.
Il monsone delle previsioni di ieri si è trasformato in un refolo di venticello primaverile, un super Axelsen ha impedito al thailandese di trovare il bandolo della matassa o meglio di come fare a realizzare dei punti, visto che il raggiungimento della doppia cifra, stento a scriverlo visto che siamo in una finale olimpica, mi è sembrata una gentile concessione di sua Maestà Viktor I°. Dov’è finito il giocatore che aveva pochi giorni prima umiliato Shi Yu e Lee Zii? Bella domanda.
Nonostante gli incitamenti degli asiatici presenti che si mescolavano a quelli dei, presumo 1500 danesi, per via dell’assonanza tra i due nomi VITI(dsarn) e Viktor la partita finisce sancendo la seconda incoronazione, nel giro di tre anni, per lo scandinavo con le foglie d’alloro, simbolo della vittoria olimpica.
Corona senza pietre preziose ma foriera di ricche sponsorizzazioni.
Termina qui questa avventura olimpica di Parigi durata quasi una dozzina di giorni che ha visto, oltre a giocate strepitose l’esordio di un italiano nel Torneo dei Cinque Cerchi, sperando in una riconferma, anche al femminile, per Los Angeles 2028.