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   Kral   

 

Intervista volante - in ambo i sensi



a cura di
Roberto Lucio Scarabello

Per carattere a me non piace disturbare la gente, e men che meno quella famosa, mi vengono in mente due episodi: uno, quando 40 anni fa vidi Gianni Rivera, il Golden Boy del calcio italiano Anni 60, nel corso principale di Alessandria, lo guardai incuriosito e poi continuai per la mia strada o quando incontrai, da un fabbro mio cliente nell’Acquese, Karl Heinz Schnellinger, che i più datati ricorderanno autore dell’uno a uno nella “Partita del secolo” Italia-Germania ai Mondiali del Messico, nonché arcigno difensore del Milan, gli chiesi se corrispondeva alla figurina che più volte avevo incollato sull’album delle figurine Panini, alla risposta affermativa gli strinsi la mano facendogli i miei complimenti e tutto fini li. Invece all’Utilita Arena alla fine degli incontri decine di spettatori, tenuti a stento a freno dagli stewart, si lanciavano fuori dalle balaustre per strappare un autografo o un selfie e logicamente io non ero tra loro
Ma ora nel sedile davanti al mio, sull’aereo del lunedì, post All England, che mi stava portando a Monaco di Baviera, c’era una giocatrice con la tuta della Corea, cosa fare? Vuoi che non avevo avuto il pass per la Sala Stampa, per aver fatto in ritardo la domanda e perché la conferma della mia iscrizione all’Elenco Pubblicisti del Piemonte mi sia arrivata solamente quando io ero già a Birmingham ma adesso avevo la possibilità di fare un’intervista e in esclusiva per di più. Allora, seppellendo tutte le mie remore chiedevo, prima il suo nome, una volta assicuratomi che era proprio la Kim, finalista nel Doppio Femminile del giorno prima, gentilmente chiedevo se poteva concedermela. Unico problema il mio scarso inglese e il fatto che lei parli solamente il coreano, un’inezia direte voi. In mio soccorso è giunto, ogni tanto la Dea bendata mi viene in aiuto, il suo vicino, appartenente allo staff della sua nazionale, che invece era padrone della lingua di Albione. E chi viaggia all’estero sa che è meglio avere a che fare con un non anglofono che con un inglese, questi anche se ti vedono che non capisci cosa dicono non cambiano una parola per aiutarti, ci sarebbe un termine per definirli ma non è eticamente scrivibile.
Descriviamo brevemente questa campionessa che, penso, molti non conoscano. Nasce nel 1992 a Daegu, nella città dove è stata fondata la Samsung, questa la conoscete di sicuro, e si mette in luce nelle Universiadi 2013 vincendo 3 medaglie d’oro. Dopodiché, variando periodicamente compagna conquista parecchi Open, fino ad arrivare al 2019 dove, assieme alla Kong viene premiata come migliore coppia BWF dell’anno. Alle Olimpiadi di Tokyo 2020 conquista il bronzo e sempre nella capitale nipponica arriva, l’anno dopo, l’argento nella finale della World Championships. L’anno precedente a Huelva si era dovuta “accontentare” del terzo posto.
Veniamo ora all’intervista:
1)COSA SIGNIFICA QUESTA VITTORIA PER VOI, AVEVATE GIA’ CONQUISTATO UN SUPER 1000, QUELLO THAILANDESE (NdR: disputato nella Bolla di Bangkok)
Siamo orgogliose, aver vinto gli All England vuol dire rimanere nella storia. Questo torneo è un’icona per tutti i giocatori di badminton del mondo.
2)L’ANNO SCORSO ERAVATE USCITE AI QUARTI CONTRO LE VINCITRICI, LE GIAPPONESI MATSUYAMA-CHIHARU. QUEST’ANNO AVETE CORSO LO STESSO RISCHIO CONTRO LE CINESI.
Si, incontrare Chen-Jia (numero 1 ranking BWF) dopo 6 sconfitte consecutive non era proprio il massimo. Alla fine del terzo set ci siamo bloccate e buttato al vento 5 match point. Momenti terribili ma alla fine c’e l’abbiamo fatta
3)PROSSIMI APPUNTAMENTI?
Adesso un pò di riposo, sicuramente tornerò per la Sudirman Cup.
4)2024 PARIGI?
L’obbiettivo e sicuramente l’oro!
ALLORA LA RINGRAZIO E UN AUGURIO: RITROVARCI IL PROSSIMO ANNO, IO SULLE TRIBUNE DELL’ARENA DI PORT DE LA CHAPELLE E LEI SUL GRADINO PIU’ ALTO DEL PODIO, SPERANDO CHE SIA PIU’ BELLO DI QUELLO DI BIRMINGHAM.
Fine di un’intervista insperata e come tale con un doppio valore e giusto per andare contro i miei principi, le chiedevo…un selfie. Bontà sua, vedendomi impacciato nell’operazione, in più ero senza occhiali, era lei a schiacciare i tasti del mio cellulare. Non rimarrà nella storia come una foto di Cartier-Bresson ma per me sarà il degno epilogo di questa “5 giorni” di badminton, quello vero! Molto diverso da quello che voi lettori (ed io) pratichiamo nei campi delle nostre palestre, senza offesa.
Logicamente.
 

 

 



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