COME NEL CALCIO, PARTITA SOSPESA PER PIOGGIA
Ci eravamo lasciati al momento della scoperta del campo di badminton nella foresta della Danum Valley e quindi al mio esordio open asiatico, dopo quelli italici che terminavano alla seconda folata di vento con relativo fuori campo del volano di parecchi centimetri, ora speriamo che l’air badminton risolva questo annoso problema.
Puntuale mi presento, munito del tubo di volani prerogativa base per essere ammesso a giocare e al mio arrivo mi guardano come se fossi una specie alloctona “Viator Candidus Shuttler” ( ho cercato la traduzione di giocatore di badminton ma nessun dizionario latino la riportava) e come al solito mi includono in una coppia.
Particolare curiosità la provavano anche i nostri spettatori arrivati all’imbrunire perché nel giro di un quarto d’ora una folta rappresentanza di primati, non quelli a due zampe, ma oranghi e gibboni si assiepavano sugli alberi a vedere quattro personaggi correre dietro un oggetto piumato.
A parte il tipo di pubblico quanto mai anomalo un’altra eventualità che mai si era presentata nella mia breve carriera di giocatore di badminton si materializzava: interruzione per pioggia.
Infatti un veloce acquazzone colpiva il camp di ricerca costringendoci a sospendere il set ma grazie al clima torrido che asciugava nel giro di mezz’ora la court il gioco veniva ripreso con somma gioia dei nostri spettatori che imperterriti erano rimasti appollaiati sulle verdi tribune.
Dalla profonda foresta equatoriale al limpido mare tropicale, dalle case rialzate alle palafitte sul mare, un giorno di viaggio e eccomi sull’isola di Mabul, enclave delle tribù nomadi del mare, i Bajau e i Suluk, vicina alla forse più ambita meta al mondo per un sub, la famosissima Sipadan.
Il mare è logicamente splendido, la fauna ittica multicolor e la vegetazione esotica ti fa pensare a un paradiso in terra, benissimo, ma strutture per giocare a badminton ci sono?
Solo alberghi, ristoranti e bar appaiono all’orizzonte ma mai demordere! Non è un insegnamento dello sport? E la fortuna mi arride, vagando per questi 20 ettari scarsi di terra e con un’altimetria massima di tre metri scarsi (quindi a rischio per i cambiamenti climatici) mi imbatto in un centro sportivo anomalo, per un italiano.
Il campo di calcetto in stato di abbandono infestato da erbacce, il campo di beach volley con uno sparuto gruppo di young american boys mentre la court del badminton, di nuovo all’aperto, era circondata da una massa di lavoratori delle strutture turistiche che terminata la giornata si concedevano un po’ di svago. Come al solito venivo accettato previo posare con gli sfidanti indigeni ogni volta terminata la partita. Al che mi è venuto un dubbio: ero io diventato l’elemento folcloristico della situazione? Poco male, l’importante era giocare, così dopo la giornata passata a fare snorkeling “full immersion” nel campo tra le palme fino a cena.
Se dal paradiso celeste è difficile tornare indietro da quello terrestre è la norma ed eccomi a Seporna, sulla terraferma anche se metà città, come il mio albergo e ristorante sono sulle ennesime palafitte. Il problema ora era il solito: come trovare un posto per giocare in questa città in bilico fra le colline del cacao e la barriera corallina? Lo scopriremo alla prossima puntata.