
Quello che non sapevo sono le impressionanti misure sanitarie che sono state messe in atto. D’altronde se in Thailandia, pur con soli 10.000 casi dall’inizio della pandemia (e una popolazione maggiore dell’Italia), ti devi fare 14 giorni di quarantena anche per andare da una regione all’altra, non puoi aspettarti altro. A cominciare dalla sequela di documenti da preparare prima della partenza, tra i quali citerò solo il “certificato medico di idoneità al volo” che neanche il mio dottore sapeva cosa fosse. All’arrivo a Bangkok, tre controlli di documenti prima di arrivare al timbro sul passaporto, e poi si è entrati nella bolla. All’interno della quale, e per 14 giorni, ci è consentito restare in stanza d’hotel ed uscire solo in caso di riunione o partite del torneo (dalla seconda settimana).
Ragion per cui nel nostro gruppo di arbitri e giudici arbitri ci siamo affrettati ad organizzare il maggior numero di meeting e discutere di regolamenti e casistica, così almeno ci si vede un paio d’ore al giorno. I pasti ci vengono forniti su un tavolino in corridoio accanto alla porta dalla stanza, sotto il quale invece una volta al giorno bisogna depositare la monnezza e la busta per la lavanderia, magari facendo attenzione che non si confondano, hai visto mai che ti portano in discarica tutte le mutande. Tutto viene accuratamente disinfettato: i sedili dei bus, gli ascensori, i bagagli all’arrivo. Intanto ho passato indenne il terzo tampone e continuiamo così. Per fortuna da ieri (scrivo il 13 gennaio) finalmente si gioca, anche se questa perfetta organizzazione ha mostrato le prime piccole crepe: quattro giocatori positivi, con alcuni di loro che subito sono stati ritirati, oltre a Cina e Giappone che come saprete lo hanno fatto prima di partire (Momota Kento il caso che ha fatto più discutere). Per tre di loro c’è stata la riammissione dato che un successivo tampone è risultato negativo (falsi positivi?). Però, in attesa che il mondo si riempia di vaccini, è fantastico ritrovare il badminton mondiale dopo più di un anno, dato che a ottobre all’Open di Danimarca e a quello di Saarbrücken la maggior parte dei giocatori asiatici non c’era.
Questi per me sono tornei speciali anche per un altro motivo: col 2021 è iniziato il mio incarico di arbitro semi-professionista per BWF. Nuove responsabilità ed un maggiore coinvolgimento nelle attività collaterali come seminari, workshop, ecc. Nella situazione attuale, questo si traduce anche con una maggiore richiesta di capacità di adattamento: tra una partita e l’altra si discute con i giudici arbitri, ci si confronta con le esigenze dei tempi televisivi o del controllo dei giocatori, il tutto tenendo conto delle misure sanitarie e dei percorsi fisici nei quali bisogna muoversi all’interno del palasport. I giocatori devono tenere la distanza dagli arbitri durante il sorteggio e indossare sempre la mascherina tranne durante il riscaldamento ed il gioco. Purtroppo non ci sono più le strette di mano ma le alternative non mancano: c’è chi annuisce, chi porta la mano sul cuore, chi ringrazia con le mani giunte “alla thailandese”. Personalmente io sarei per il tocco delle racchette tra avversari a fine partita, come nel tennis. Mi sembra un modo più diretto di ringraziare ed esprimere rispetto verso l’avversario.
Sono tante le cose nuove e quelle da guardare.
Alla fine però quando diciamo “love all, play”, comincia lo show del badminton.
Ancora una volta.










