“Fair Play, il modo vincente (Chi gioca lealmente è sempre vincitore)”
Dal Codice di Etica sportiva del Consiglio D’Europa, adottato a Rodi il 12/13 maggio 1992

Il Badminton di per sé è uno sport di Fair Play.
La presentazione in campo, il saluto, il cenno d’intesa prima del servizio, l’auto-arbitraggio, in special modo nell’attività scolastica giovanile e promozionale ne sono punti fondanti e qualificanti.
Spesso nel mondo sportivo, si notano purtroppo episodi di No Fair Play ed il clima che si respira durante un incontro sportivo a volte trascende verso la violenza verbale e a volte fisica……ma come si è arrivati a questo punto?
Leggendo il libro di P. Santoro, A gamba tesa su De Coubertin, traspare che nello sport dei nostri giorni, a differenza del passato, si propongono e si affermano nuove pratiche che, pur definite sportive, per attribuire loro una patente di leicità e di merito, mortificano l’uomo in un crescendo di aggressività.
La globalizzazione dello sport, ormai riconosciuto fenomeno di rilevanza mondiale, ha consentito la diffusione di forme di sport “spettacolo”, in cui prevale a volte un certo grado di audacia e di spericolatezza, ai fini di raggiungere un risultato, spesso incompatibili con un elevato grado di incolumità altrui e di considerazione dell’altro.
In un simile scenario, si comprende come i principi etici di rispetto delle regole che li contemplano, prima fra tutte quella della lealtà, rivendichino prepotentemente il loro ruolo al fine di non consentire lo snaturamento stesso dello sport.
Lo sport come “precetto” contiene in se i principi di lealtà e di correttezza etica, pur tuttavia, il 15 luglio del 2004 il Comitato Olimpico Nazionale Italiano ha emanato un Codice di comportamento sportivo, nel quale vengono specificati “doveri fondamentali di lealtà, correttezza e probità” , e si prevede che la violazione di tali doveri costituisca “un grave inadempimento meritevole di adeguate sanzioni”.
Al fine di rafforzare la portata applicativa, à stato istituito un Garante del Codice di comportamento sportivo con compiti di vigilanza, di segnalazione, di istruzione e di irrogazione di sanzioni.
Il principio di lealtà sportiva, in tal modo si cristallizza in regole scritte la cui violazione origina l’attivazione di un ben definito procedimento sanzionatorio.
Il perché si è arrivati a questo è ben comprensibile, considerando gli illeciti sportivi che si sono verificati, dovuti a scommesse, doping, e a tanti, troppi episodi di alterazione dei risultati sportivi, di discriminazione, violenza e corruzione.
Si sente spesso affermare che la società contemporanea è attraversata da una profonda crisi di valori; che il comportamento individuale e collettivo sembra essere oggi dominato unicamente dalla corsa affannata verso nuove forme di benessere, successo, di gratificazione e non dalla ricerca di un senso o di un significato da dare alle azioni e da condividere con gli altri.
Il mondo dello sport non è immune da situazioni in cui prevale l’ideologa dell’“l’avere” che prevale su quella dell’“essere”; tanti vedono nelle attività sportive (specialmente in quelle di vertice) più un mezzo di acquisire notorietà, prestigio, riconoscimento economico e sociale che non un’occasione di diffondere i valori etici di lealtà, della disciplina e dell’autoaffermazione.
Lontano ormai il ricordo di Jessie Owens e Luz Long che nel 1936 hanno disputato le Olimpiadi di Berlino. Il legame fra l’atleta tedesco e l’avversario afroamericano trova la sua più valida conferma in quella lettera, ultima di una fitta corrispondenza, spedita dal fronte di guerra:
«Dopo la guerra, va in Germania, ritrova mio figlio e parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz».

Durante le competizioni olimpiche Long e Owens ebbero modo di diventare amici, nonostante le tensioni politiche allora esistenti tra la Germania Nazista e gli Stati Uniti D’America.
Anni dopo, fu lo stesso Owens a raccontare il gesto di Fair Play compiuto dal saltatore tedesco nei suoi confronti.
Le qualificazioni del salto in lungo si svolgevano contestualmente alle batterie dei 200 mt. piani. Distratto dalla contemporaneità dei due eventi, Jesse Owens rimediò due nulli nei primi due salti di prova, Luz Long gli suggerì di partire più indietro, circa trenta centimetri prima dell'inizio della pedana di rincorsa. Jesse Owens seguì il consiglio, e riuscì a qualificarsi per la finale, dove vinse la medaglia d'oro proprio davanti al tedesco, che fu il primo a congratularsi con lui subito dopo il balzo vincente.
Oggi ci troviamo di fronte ad una deriva etica della società, sport compreso, all’eccesivo individualismo, e alla esasperata competizione che ne deriva. E fare quindi paragoni fra le società o le varie epoche è veramente difficile e alla fine anche poco significativo.
Molti autori ritengono che il nostro secolo o la nostra società non siano in fondo né più etici né più immorali di altri secoli e di altre società, anzi, affermano che continuare a sostenere in modo così categorico la totale assenza di moralità, può alla fine essere un alibi per giustificare preventivamente comportamenti di mancato rispetto di norme e di autorità.
Una sorta di mal comune mezzo gaudio o tanto lo fanno tutti.
La tendenza quindi a non rispettare le regole tende a diffondersi sempre di più in ogni settore, compreso quello della attività sportive.
Quali valori si riconoscono universalmente allo sport ?
Diverse sono state le definizioni date al concetto di “valore”.
Una di quelle più accreditate considera i valori come delle rappresentazioni cognitive condivise da un gruppo sociale, riferite a mete e a comportamenti desiderabili, e servono come principi guida delle persone.
Sembra ovvio pensare che in seno ad una visione d’insieme, rapportata ad una società multietnica e multiculturale, ci possano essere almeno dieci tipologie di valori, (così come teorizza Shalom H. Schwartz, studioso di psicologia sociale) che guidano la condotta degli attori sociali:
Potere, Autoaffermazione, Edonismo, Stimolazione, Autodeterminazione, Universalismo, Benevolenza, Tradizione, Conformità, Sicurezza.
gioco leale = Fair Play
Nello sport, a qualsiasi livello, agonistico e non, sicuramente troviamo elementi che promuovono ed esaltano l’autorealizzazione, la conformità, la sicurezza, la stimolazione, l’autodeterminazione, ma anche l’edonismo e l’universalismo, se proviamo a pensare ai benefici psicofisici del movimento o al valore di una attività condivisa con persone di altre culture e di altri paesi.
Quando parliamo di valori dello sport ci riferiamo implicitamente al “gioco leale” al Fair Play, all’attività sportiva affrontata da tutti gli attori interessati (atleti, istruttori, allenatori, dirigenti, genitori, pubblico…) con onestà e lealtà. E’ a questa tensione etica, della quale lo sport autentico è nato e dalla quale spesso si allontana, che va ricondotta ogni seria riflessione sul valore educativo e socializzante dello sport, consapevoli, che le mete etiche (e non solo in campo sportivo) non sono mai raggiunte del tutto e per sempre e che è insito nel comportamento umano avere nei confronti dei valori atteggiamenti ambivalenti.
Ritorniamo per un attimo al Codice Europeo di Etica Sportiva firmato a Rodi il 13/15 maggio 1992 alla VII conferenza dei Ministri Europei responsabili dello Sport.
Fair Play significa molto di più che il semplice rispetto delle regole. Esso incorpora i concetti di amicizia, di rispetto degli altri, e di spirito sportivo.
Il Fair Play è un modo di pensare, non solo un modo di comportarsi.
Il documento si rivolge non solo ai Governi, ma anche agli altri organismi che si occupano di strutture educative: alle organizzazioni sportive, alle federazioni, agli istituti di formazione, agli ordini professionali, alle agenzie di comunicazione e di marketing, agli insegnanti, ai genitori agli arbitri, ai dirigenti, agli allenatori agli spettatori; tutti possono assumere una responsabilità rispetto al FairPlay.

Molte delle stesse azioni comportamentali o giuridiche, attraverso le quali vengono evidenziati i doveri dei genitori verso i figli o quelli degli educatori o degli istruttori verso gli allievi, non sono altro che la semplice espressione di quel senso di responsabilità che, o viene riconosciuto, accettato ed esercitato con scienza e coscienza nella sua esemplare evidenza, oppure tutto scade nel permissivismo più irresponsabile e nel formalismo più inutile.
Chi assume consapevolmente il ruolo di istruttore sa che nella relazione che stabilisce con l'allievo c'è innanzitutto un'interazione di tipo complementare non simmetrica, in quanto adulto e in quanto istruttore, occupa una posizione di potere, di superiorità di prestigio rispetto all'allievo, il quale non raramente sviluppa nei suoi confronti sentimenti ambivalenti di dipendenza e di ammirazione, di timore e di attrazione che lo spingono a cercare l'approvazione e a temerne il giudizio, ad assecondarne le aspettative e a dispiacersi delle sue delusioni.
Il ruolo dell'istruttore non può quindi esaurirsi nell'insegnamento delle tecniche di gioco o nella gestione efficiente del gruppo che gli è affidato: c'è un meta-livello della comunicazione e della relazione all'interno del quale egli esprime (con il comportamento più che con le parole), valutazioni indicazioni, messaggi che hanno a che fare con il quadro dei cosiddetti valori di riferimento. Gli allievi deducono immediatamente dal comportamento e dagli atteggiamenti del loro istruttore quanto valore essi danno alle regole, ai ruoli, al rispetto al FairPlay, alla lealtà, alla correttezza e quando ne danno invece alla furbizia, all'inganno, alla competizione fine a se stessa all'affermazione al successo come unici parametri di merito.
Chi ha un minimo di esperienza di attività di insegnamento o di allenamento sa che la gestione è ordinata della classe o del gruppo è il prerequisito indispensabile per svolgere una qualunque attività organizzata. Ciò comporta non solo sul piano giuridico, l'assunzione da parte dell'insegnante e dell'istruttore di una responsabilità generale e specifica, che non può essere declinata solo sul piano difensivo, dell'evitare il possibile danno: l'istruttore non è il solo responsabile dell'incolumità fisica degli allievi quando fanno attività sportiva in palestra in campo ma è anche responsabile dell'organizzazione didattica cioè di come i contenuti della seduta di allenamento dell'attività motoria sono strutturati in funzione degli obiettivi programmati. È fin troppo ovvio che se un ragazzo riceve dal suo istruttore un messaggio che esalta la correttezza e rispetto nei confronti degli avversari e assiste poi ad eventi sportivi nei quali il suo atleta preferito, infrange le regole della correttezza e del rispetto, la sua prima reazione sarà quella di ridurre complessivamente il credito e la fiducia nei confronti degli adulti e di pensare, che nell'ambivalenza e contraddittorietà dei messaggi ricevuti alla fine deve solo ricercare il vantaggio personale.
Come quindi promuovere atteggiamenti positivi nei confronti delle regole?
Primo luogo occorre che, la gestione disciplinata del gruppo, sia un requisito indispensabile per una buona attività didattica, e se si vuole educare ad un valore (la solidarietà, la cooperazione, rispetto, la correttezza, la soluzione pacifica dei conflitti…), devono essere promosse pratiche comportamentali precise, aderenti e coerenti con i valori obiettivo dichiarato.
Non si può pensare di educare alla cooperazione, proponendo esercizi nei quali viene premiato il successo individuale o di favorire il rispetto verso tutti, elogiando sempre più bravi. Entrambe queste convinzioni nascono dalla constatazione che i processi educativi non sono processi di comunicazione unilaterale come la trasmissione di cultura o di valori dell'adulto al bambino ma processi interattivi, contesti fortemente relazionali, affettivi e cognitivi, nei quali gli scambi, gli interventi, le mosse richiedono continue reciprocità. E di questa reciprocità è l'adulto che responsabilmente ne orienta la direzione, in modo da svilupparne intensità, e ne garantisce quindi l’esistenza.
Tutto può essere educativo oppure diseducativo ed è pertanto necessario uno sforzo ad un impegno etico e pedagogico costante per attuarlo in direzione della prima opzione. Questo impegno sociale ma è anche il tempo stesso politico richiede un adeguato senso di responsabilità tra etica per essere attuato attuare questa possibilità educativa attraverso uno specifico intervento politico culturale in ogni settore della società è compito dell'etica (attraverso la riflessione), dell'educazione sportiva (attraverso metodologie applicative).
La sfida è sempre aperta e la principale sfida etica alla quale lo sport contemporaneo chiama gli allenatori tecnici sportivi è una sfida complessa e difficile, soprattutto quando si tratta di conciliare i valori dell'etica sportiva con il conseguimento dei risultati in un contesto in cui predominano valori economici legati al profitto (che possono trasformarsi in disvalori) come appare quello dello sport contemporaneo.
Questa sfida gli allenatori ed i tecnici devono rispondere ogni giorno con il loro impegno, nella consapevolezza che i valori dello sport non sono mai assoluti e dati come definitivi ma sempre costruiti attraverso l'esperienza personale e la riflessione critica.