
Mario, ti ho costretto a leggere il mio articolo. Che ne pensi?
Interessante sguardo alla situazione... mancano le soluzioni, o meglio il percorso. Ritengo che cruciale sia l'impianto dedicato, poi arriva tutto il resto.
Nuoto in piscina, pattinaggio al pattinodromo, calcio al campetto, tennis al campo da tennis, beach nel suo impianto, padel nel campo da padel.
Hai riassunto magnificamente. Non importa quale impianto, purché sia ad uso esclusivo!
Per pallavolo, pallacanestro, pallamano e ginnastica funzionano solo le società che hanno palazzetti o palestre in gestione esclusiva. Uno spazio del genere permette di organizzare, pianificare, inseguire obiettivi anche ambiziosi.
Il problema è che di spazi comunali dedicati è difficile trovarne.
Non deve essere il Madison Square Garden: va bene una stalla, vedi Acqui Terme, o un capannone, in Trentino ne sanno qualcosa. Va bene una palestraccia scolastica, ma sempre in esclusiva. Tutto il resto è sogno, iniziativa privata, buone idee, sacrificio personale ecc. Quindi 1,2,3 campi in un impianto coperto, scoperto, sott’acqua o sugli alberi. E’ un po' la storia, ad esempio, del tennistavolo. Dove hanno una stanza dedicata: dai preti, in un club privato, in un sottoscala… tutto può funzionare, anche con la pandemia si gioca a qualunque ora. La mattina insegnanti nel giorno libero, casalinghe, militari e sanitari h24 ecc. ecc. ecc. Il pomeriggio dai neonati agli ottantenni. IMHO si parte da lì, se vogliamo arrivare.
Il padel ha risolto facendo costruire impianti. Sono sicuro che il venditore è andato al centro sportivo a dirgli "Il campo costa così e cosà, lo ammortizzi in quattro mesi e dopo son soldi tuoi". Non pensi che la federazione italiana badminton dovrebbe fare una valutazione economica e poi eventualmente proporla? "Caro imprenditore, una palestruccia fatta di bambù costa tot. l’ammortizzi in sei mesi, e dopo ci guadagni xyz affittando a 12 ragazzi per volta e con un tecnico che puoi pagare abc all'ora".
Nel padel la Federtennis ha preso atto e supportato l'iniziativa di tanti privati che hanno creduto in questo sistema di proporre e vendere uno sport. Tanti circoli tennis che avevano già tentato con il beach tennis (straordinario vedere gente in costume e ciabatte che esce da un circolo a metà dicembre) si sono riversati su questa gallina dalle uova d'oro che ha permesso di riempire spazi e casse. Poi la pandemia ha dato una mano e il padel, facile, essenziale, si impara a giocare in 10 minuti… è esploso.
I dirigenti della federazione provengono per la maggior parte dalle poche "isole" in cui il badminton è molto strutturato e hanno tecnici, società, impianti e magari aiuti da parte delle amministrazioni regionali. Si possono esportare le loro esperienze in zone dove il nostro sport è completamente assente?
Beh certo che è importante sapere di cosa si parla e anche il passo per ricoprire incarichi federali si fa soltanto dopo una certa esperienza all’interno dell'ambiente stesso. Sono d’accordo che non sempre, anzi quasi mai, si può riportare brillanti esperienze di successo in luoghi geograficamente, politicamente o anche solo climaticamente differenti. Persone che frequentavo in altri ambiti lavorativi un po' di anni fa erano solite incidere a fuoco le parole: "pensa globalmente, agisci localmente". Mi è sempre tornato poco come motto e forse qualche volta andrebbe rovesciato: pensa localmente, cioè analizza le necessità e caratteristiche del territorio e poi agisci globalmente, pensando e strutturando il supporto alle realtà locali.
Mi sono fatto l’idea che ormai non sia più possibile appoggiarsi come un tempo ai professori di ginnastica per l'insegnamento fuori dagli orari scolastici e la creazione di società, perché siete oberati dal lavoro amministrativo. Qual è la tua esperienza?
Beh qui difendo la categoria, noi siamo professionisti dello sport e del movimento razionale e la passione per quello che facciamo è sempre ai massimi livelli. Certo è sempre più difficile. Pandemia a parte, che ci ha costretto a ripensare la nostra materia, negli anni abbiamo assistito a uno svuotamento di risorse dedicate allo sport scolastico. Quando ho fatto il primo corso con la federazione era il 2005 e io facevo 6 ore settimanali di gruppo sportivo pomeridiano per 11 mesi all’anno. Poi aggiungici 18 ore settimanali di attività al mattino più tutte le gare studentesche. Una federazione che "colpiva forte e bene" si assicurava allenatori, palestre e partecipazione quasi e a volte meglio che di una società sportiva. Ricordo con grande emozione i primi corsi allenatori dove cadevamo come mosche, noi "maestri di zompi" che arrivavamo da una molteplicità di sport ed esperienze diverse. Oggi il mondo è completamente cambiato. Prima del marzo 2020 ognuno di noi aveva i finanziamenti per un mese di attività all’anno, da suddividere fra 49 federazioni sportive e 19 discipline associate. Gli insegnanti di educazione fisica e scienze motorie possono offrire ancora una straordinaria opportunità di crescita e disseminazione del nostro sport ma vanno ripensati i rapporti fra federazione e scuola. Ho qualche idea ma magari ne parliamo un'altra volta.
Marzullo verso la fine ai suoi intervistati diceva: "fatti una domanda e datti una risposta". C’è un tema che ti è particolarmente caro? Magari una ricetta che ci vuoi raccontare?
Questo sarebbe allora il momento di qualche frase ad effetto, come quelle di un campione di aforismi e un grande uomo di badminton della Sardegna che non vedo da molto tempo.
Chi è?
Alfonso P. (indovina un po'), una delle persone più simpatiche e con la russata più forte in cui mi sia imbattuto nel mondo del badminton. Per tornare a noi: sforzandomi di NON essere originale ad ogni costo mi piace citare una frase attribuita a Pablo Picasso e poi riutilizzata in varie occasioni e spesso anche in modo avventato: Un bravo artista copia, un grande artista ruba… ci aggiungo "un genio stupisce".
Guardiamo come fanno gli altri, intorno e lontani da noi. Facciamo nostre le ricette vincenti. Rielaboriamo tutte le informazioni classificate e pensiamo in modo laterale, aggressivo, ambizioso!
Sembra facile ma l’esperienza mi dice che non sempre guardiamo nella giusta direzione, e ci sforziamo di replicare esperienze fuori contesto. Un esempio? Qual è il caso di studio per replicare un’esperienza sportiva di successo nella propria realtà? I risultati di una grande società con un palmares invidiabile, un impianto sportivo accogliente e attrezzato e 30 tesserati? Oppure un territorio con 3000 ragazzi che conoscono e praticano il badminton in palestre scolastiche, impianti non regolamentari e magari all'aperto?
Io penso che sei hai un impianto dedicato e accogliente puoi arrivare a dei numeri importanti e non devi essere per forza elitario, anzi…
Appunto, nel mio immaginario, ragionando per obiettivi non abbiamo bisogno di campioni ma di grande accessibilità al badminton e non soltanto. Qui si entra in ambiti tra il filosofico, il metafisico e… il paragnostico. Qual è il senso dello sport? Accesso gratuito, controllato, sicuro, coinvolgente sociale ecc. a tutte le discipline sportive in palestre, aree attrezzate, aziende, caserme, giardini e parchi pubblici. Saremmo in un mondo migliore, più sano e rispettoso dell’ambiente e di tutti gli esseri viventi. Ma non è un modello economicamente sostenibile. E quindi? Lo studio del contesto di riferimento e delle realtà dove si evolve fa produrre delle scelte. Perché gli obiettivi siano raggiungibili dobbiamo fare le scelte giuste. Ad esempio se vivessi a Roma (sto inventando) ed avessi un impianto e risorse in uso gratuito, magari per conoscenze di palazzo, sarebbe semplice e funzionale costruire una società di vertice che faccia promozione a livello internazionale. Non esiste il giusto o lo sbagliato, esiste solo la scelta più adatta.