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Intervista al fisioterapista Jacopo Landi



a cura di
Roberto Fava

Fisioterapista. Incominciamo a raccontare di cosa ti occupi e in che modo affronti le varie problematiche nonché definire al meglio la tua professione che a volte viene un po’ confusa.
Il mio percorso comincia con la laurea in Fisioterapia nel 2013 per poi proseguire con il diploma di Osteopatia dopo i canonici 6 anni di formazione. Durante quegli anni ho avuto la fortuna di “scontrarmi” con la Scienza e mi sono innamorato dello studio della ricerca scientifica sul dolore, sul movimento e sullo sport per applicarla ogni giorno nella mia pratica clinica, con i miei pazienti. Attualmente mi occupo dunque di aiutare le persone che soffrono di Dolore, che hanno subìto un infortunio, ma anche di atleti, amatoriali e professionisti, che vogliono tornare a performare e a vivere senza i limiti imposti dal disturbo che li sta affliggendo. La via con la quale affronto le problematiche dei miei pazienti è: ascoltare la persona che ho davanti e costruire insieme un percorso per aiutarla a risolvere i propri problemi.

Metodologia. La tua professione non consente di dare a tutti quelli che hanno mal di testa la stessa medicina. Ognuno ha delle particolari esigenze e quindi il tuo intervento sarà sempre estremamente personalizzato.
Parole sante. La variabilità umana è sconfinata. Ciò che può avere un buon effetto su qualcuno può essere insignificante per qualcun altro e viceversa. Chi si occupa di persone con dolore e limiti nella funzione (ma potremmo anche solo dire “chi si occupa di persone” e basta) deve avere ben chiaro in testa che non si sta avendo a che fare con una patologia, ma con una persona con una patologia. Ed è ben diverso. Io non tratto una spalla con una lesione muscolare. Lavoro con una persona che ha subìto una lesione muscolare, che ha la sua storia, la sua vita, le sue abitudini, i suoi obiettivi, le sue paure, i suoi impegni, i suoi allenamenti ecc ecc.

L’approccio con un atleta parte ovviamente dalla sua disciplina.
Preferisco dire che l’approccio con un atleta parte dall’atleta stesso. Come già detto, si parla sempre e comunque di persone. Detto questo la sua disciplina influenza fortemente quello che sarà il nostro lavoro. Soprattutto perché molto probabilmente è esattamente ciò che vorrà tornare a fare al più presto.

Il badminton crea delle situazioni particolari o è riconducibile ad altre discipline.
Quando ho scoperto il badminton dal punto di vista fisioterapico è stato sorprendente. È estremamente interessante perché con la sua innata richiesta di rapidità, reattività, dinamica, l’atleta si espone ad un rischio di infortunio di natura tra le più svariate: sovraccarichi, tendinopatie, distorsioni, lesioni legamentose, fratture da stress. Presentato così sembra più una tortura che uno sport, ma solo perché sto elencando il peggio a cui si può andare incontro. Come tutti gli sport presenta i suoi rischi, ma l’infortunio è l’eventualità non è la regola. L’obiettivo è dunque quello di riportare il corpo a sostenere quella richiesta ad alta intensità.

A Lathi hai accompagnato la nazionale juniores in questa piacevole, da un punto di vista agonistico e sportivo, trasferta. Come ti prepari per essere sul pezzo. Hai una scheda di ogni atleta.
Ormai è dal 2017 che seguo la Nazionale e quindi conosco bene ogni atleta. Vedo regolarmente i ragazzi più volte a settimana, conosco i loro punti forti, punti deboli, caratteristiche fisiche e psicologiche e ho una continua comunicazione con lo staff e in particolare con il preparatore fisico per modulare il nostro lavoro al meglio. Quello che faccio durante una trasferta però è differente da quello che facciamo solitamente al centro tecnico perché il focus si sposta sul torneo. L’obiettivo è quello di aiutare l’atleta nel brevissimo termine in modo che si senta al meglio in campo il giorno dopo o il giorno stesso o nei 5 minuti seguenti, quando dovrà entrare in campo. Quando siamo a Milano l’obiettivo può invece essere quello di recuperare al meglio da un infortunio, cosa che può richiedere un tempo maggiore, valutare e modificare il volume degli allenamenti per favorire il ritorno in campo o ancora lavorare su qualche problema senza limitare il regolare allenamento.

Quanto tempo impieghi mediamente a comprendere il problema dell’atleta ed una eventuale soluzione.
Come dicevo prima ho il vantaggio di conoscere bene i ragazzi, cosa che non succede sempre in studio, soprattutto quando incontri un nuovo paziente per la prima visita. La maggior parte delle volte basta una seduta per inquadrare la situazione, ma la soluzione è dinamica per natura perché si modifica nel tempo in base ai feedback dell’atleta stesso. I percorsi terapeutici che imposto cambiano di settimana in settimana a seconda di come procede il recupero, gli allenamenti, il dolore.

Il tempo è una costante nella tua professione. Ho imparato che non esiste per alcuni problemi la pillola rossa o la pillola blu! Ma solo tanta dedizione e costanza. In che misura tutto questo influisce sugli esiti di una terapia.
Una volta che si capisce che la possibilità di recuperare e di guarire risiede nella persona stessa si ha già fatto metà del lavoro. Io sono il professionista che dà le strategie, supporta, consiglia, guida, ma il recupero è un percorso attivo. Se l’atleta non capisce che è un lavoro che prosegue al di fuori di quella mezz’ora nella quale si incontra con me, abbiamo un problema. Costanza, accettazione, pazienza, ascolto sono tutti elementi fondamentali per un recupero di qualità.

Oltre al badminton tu ti occupi di ben altro nel mondo dello sport.
Lo sport mi ha sempre attratto fortemente e ho avuto la fortuna di seguire anche le trasferte della Nazionale Italiana di Short Track per un anno. Negli anni mi sono innamorato del movimento, dell’esercizio e delle grandi possibilità terapeutiche che vi risiedono. Io stesso mi alleno a corpo libero ogni giorno o quasi e vedo pazienti che arrivano da tantissime realtà: sport amatoriali, agonismo, professionismo, persone sedentarie, bambini. Ciò che accomuna tutte queste persone è il desiderio di tornare a muoversi libere dal dolore e ciò che più amo fare è aiutarle a raggiungere questo obiettivo.

 

 

 



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