un racconto a puntate di Luca Novara
Nonostante il giudice arbitro stesse per annunciare la sua partita da un momento all’altro, Giulio non riusciva ad abbandonare l’angolo dello spogliatoio in cui si era rifugiato. La visuale non era delle migliori, tra pantaloni della tuta appesi alla rinfusa e borsoni ingombranti, e anche l’olezzo che ne proveniva era poco piacevole, ma lui aveva trovato un’oasi da cui era difficile distaccarsi.
Anche perché teneva moltissimo all’incontro che stava per affrontare e l’emozione gli stava giocando un brutto scherzo. Era la sua prima finale e l’aveva raggiunta dopo tanti sacrifici e una buona dose di spregiudicatezza, dato che nessuno avrebbe puntato un solo centesimo su di lui.
Eppure ce l’aveva fatta e si sentiva fiero di se stesso, anche se restava ancora un piccolo grande passo da compiere. Il suo avversario, Peter Gasser, arrivava da Bolzano ed era quello che comunemente viene definito un osso duro. Negli ultimi tornei disputati non aveva mai conosciuto sconfitta e, anche se non ci aveva mai giocato contro, Giulio lo aveva visto all’opera e ne era rimasto impressionato: si muoveva sul campo come se non fosse dotato di massa corporea tanto appariva leggiadro, ma i suoi colpi erano delle sentenze ed era raro vederlo incorrere in un errore non forzato. Peter era una macchina da guerra progettata per sbaragliare gli avversari. E ora il prossimo era proprio lui.

Giulio si alzò in piedi e si guardò allo specchio: l’immagine riflessa lo fissava con poca convinzione e sembrava suggerirgli che stava per andare incontro a una pessima figura. Con uno scatto deciso il ragazzo decise che era giunto il momento di scrollarsi di dosso il pessimismo e si preparò mentalmente ad affrontare l’incontro. Del resto ci sarebbe stata lei a dargli una mano e provava una smisurata fiducia in Pernilla, la racchetta che lo aveva accompagnato nell’ultimo anno e che per Giulio era molto di più che un semplice attrezzo di gioco.
Quando gli era capitato di vedere altri lanciare con stizza la propria racchetta per un errore commesso, rimaneva sempre a bocca aperta, e se avesse potuto si sarebbe proiettato sul campo per soccorrere la malcapitata di turno. Non sopportava certe atrocità e per questo motivo trattava la sua Pernilla con tutto l’amore e le cure possibili e lei lo ricambiava con un ottimo stato delle corde e un grip che si rovinava raramente.
“Sei pronta, ragazza mia? Andiamo e diamo il meglio di noi.”
Con il borsone su entrambe le spalle e la fidata racchetta in una mano, Giulio abbandonò lo spazio angusto dello spogliatoio e percorse a passo sostenuto il corridoio che lo avrebbe condotto ai campi del palazzetto.
La finale stava per cominciare e l’adrenalina iniziava a entrargli in circolo. Non appena mise piede nella hall, un sommesso mormorio iniziò a sentirsi dagli spalti e un vecchio ricordo ritornò a trovarlo inaspettatamente.
continua ...