racconto a puntate di Luca Novara
Erano ormai tre anni che Giulio aveva iniziato ad allenarsi regolarmente a badminton in palestra, anche grazie a una società sportiva che permetteva di usare i propri spazi per tre volte a settimana. Non erano molti gli iscritti, all’incirca una decina, e quasi tutti erano universitari stranieri che frequentavano le più disparate facoltà nella zona. Tra di essi Giulio si ritrovò a fare amicizia con un ragazzo indiano che si chiamava Arpit e aveva solo un paio di anni più di lui. Da come gli aveva raccontato, il ragazzo proveniva da una famiglia molto numerosa che viveva nei sobborghi di Bangalore, una zona caratterizzata da condizioni di vita di estrema povertà e da cui era riuscito a venire via grazie a una borsa di studio ricevuta proprio grazie al badminton. Arpit fin da bambino si era distinto per un grande talento e una predisposizione fisica fuori dalla norma che lo avevano reso uno dei migliori nella sua categoria di età e che gli avevano permesso di gareggiare per entrare a far parte della nazionale Juniores indiana.
Mentre addentavano una piadina che si erano concessi alla fine di un allenamento particolarmente faticoso, Giulio decise di esporre all’amico un dubbio che gli frullava in testa da tempo.
“Arpit, non mi hai mai detto che cosa è andato storto. In India dico. Eri uno dei giovani più promettenti e poi? Forse non ne vuoi parlare e allora mi zittisco subito. Dimentica le mia mancanza di delicatezza.”

Arpit sorrise in maniera amara. Era evidente come per lui ci fosse ancora una ferita aperta che faticava a rimarginarsi.
“Hai ragione. Ammetto di aver sorvolato l’argomento per non doverne parlare, ma credo che ora che ci conosciamo meglio è giusto che ti racconti tutto, che razza di amico sarei se no?”
Diede un morso vigoroso alla piadina e la masticò con calma prima di incominciare la sua storia.
“Venni convocato per la prima volta in nazionale nella categoria under 13 e la mia famiglia volle fare una grande festa. Tieni conto che la nostra casa era minuscola rispetto agli standard che voi conoscete e ci stavamo a malapena noi sette in piedi. Mia madre decise che la festa si sarebbe tenuta all’aperto e per l’occasione lei e altre donne del vicinato usarono tutte le loro risorse per cucinare cibo per tutti quelli che volessero partecipare. Ci radunammo in una piazzetta che si stagliava proprio al centro del nostro quartiere e, in poco tempo, si affollò. Per me era incredibile che tanta gente fosse presente solo per un mio traguardo e mi sentivo emozionato e felice come non ero mai stato prima.
Anche i miei genitori lo erano e, dopo tutti i sacrifici che avevano fatto per permettermi anche solo di fare questo sport, la mia soddisfazione più grande era quella di poterli ripagare. A dodici anni e da figlio maggiore sentivo di avere già grandi responsabilità nei confronti della famiglia.”
“Io alla tua età pensavo solo a smanettare con i videogiochi. A volte mi dimentico di come non sia sempre così per tutti i ragazzi.”
Arpit annuì con lo sguardo perso nei ricordi.
“Purtroppo alla festa si introdussero anche delle persone poco raccomandabili, dei ragazzi che non avevano lavoro né prospettive e che spesso si ubriacavano per dimenticare i propri problemi. Ad un certo punto tra di loro scoppiò una rissa e quando accadde mia sorella Bandhura, che aveva sette anni, ci si ritrovò in mezzo. Fui il primo ad accorgermene e mi precipitai per cercare di portarla lontano da lì. Per fortuna ci riuscii ma nel farlo fui colpito con il vetro di una bottiglia proprio qui.”
Arpit mi mostrò il ginocchio destro. Non avevo mai notato che ci fosse una cicatrice che lo attraversava da parte a parte.
“I legamenti subirono una lesione e io fui costretto ad operarmi. Per fortuna la Federazione aiutò la mia famiglia a fronteggiare le spese ospedaliere ma dovetti smettere di giocare per molti mesi e quando ritentai di farlo non ero più lo stesso atleta di prima. Purtroppo nello sport se vuoi gareggiare ad alto livello non puoi essere aspettato e la mia promettente carriera di giocatore si è conclusa prima ancora di essere davvero cominciata.”
“Mi dispiace molto, amico.” Non riuscii in quel momento a dire molto di più per consolarlo.
“Capita. Si vede che doveva andare cosi. Non sono stato il primo e non sarò l’ultimo. Perlomeno adesso riesco di nuovo a divertirmi quando gioco e ho avuto la fortuna, nonostante tutto, di non perdere la borsa di studio. Se adesso posso studiare ingegneria qui in Italia lo devo a quello e mi considero un privilegiato, Giulio. Pochi ragazzi in India hanno la stessa possibilità.”
Ogni parola pronunciata da Arpit mi aveva aperto gli occhi. Non mi ero mai reso conto di quanto avessi a mia disposizione fino a quel momento.
“Ti prometto una cosa, amico. Entro un anno da ora giocherò una finale di un torneo importante e la vincerò. E sarà come se l’avessi vinta anche tu insieme a me.”
Una risata irrefrenabile si impossessò di Arpit, tanto che una foglia di insalata gli andò di traverso e fu costretto a bere per non rimanere soffocato.
“Scusa, tu cosa? Ma se con me non riesci a fare dieci punti per set. Come farai a vincere il torneo?”
“Allenandomi duramente e anche grazie al tuo aiuto sono certo che ce la farò. Volere è potere, vecchio mio.”
Non si era mai dimenticato di quella promessa e ora Giulio voleva mantenerla a tutti i costi.
... continua