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   Kral   

 

La prima finale - settima parte



a cura di
Luca Novara

E così il verdetto era arrivato. Dopo che un'entità divina, o forse si trattava solo della dea bendata, aveva sospinto il volano al di là del nastro, Giulio non aveva potuto trattenersi dal correre a ringraziarlo con una delicata carezza alla rete, mentre il pubblico intorno si era alzato in piedi a applaudire. Anche chi non stava facendo il tifo per lui rendeva omaggio alla vittoria di un set che neanche il più inguaribile ottimista avrebbe potuto prevedere.
Mentre il suo cuore scoppiava di emozioni, Giulio si ricordò di chiedere scusa all'avversario. Non era bello perdere un set in quel modo ma Gasser sportivamente fece un rapido cenno di approvazione con la testa e i due sfidanti si cambiarono di campo.
Giulio ancora non si capacitava di ciò che era appena accaduto e si ritrovò a pensare che ora era necessario ricominciare tutto daccapo se voleva tentare di vincere anche il set definitivo.
Per un attimo si sentì mancare le forze. Nel secondo set aveva dato tutto se stesso, sia in termini fisici che mentali, e l'idea di doverlo rifare lo spaventava a morte. D'altronde sarebbe stato tutto inutile se si fosse arreso dopo la vittoria di un set: se voleva diventare un grande giocatore, e lui lo voleva per davvero, allora era necessario acquisire una mentalità vincente. E questo significava solo una cosa.
Quando si accorse che l'arbitro lo stava invitando a tornare in campo per riprendere il gioco, Giulio dovette interrompere le sue elucubrazioni per tornare a concentrarsi soltanto sulla partita.
Prima di servire il primo volano del terzo set, Giulio puntò lo sguardo su Peter per provare a leggere che cosa passasse per la testa del suo avversario: sicuramente l'altoatesino si aspettava di vincere in due set, specie dopo aver condotto il primo senza troppi affanni, e ora Giulio non aveva idea di come avrebbe potuto reagire. Le possibilità che subisse un contraccolpo psicologico erano alte.
Non ci mise molto a scoprirlo. Peter si comportò come avrebbe fatto un giocatore che non ha la minima intenzione di perdere l'incontro. Nei primi scambi parve mettere un livello di concentrazione così alto in ogni gesto compiuto da avere l'aria di non accorgersi del contesto intorno: il palazzetto, il pubblico, l'arbitro. Era focalizzato solo sul campo e sulle traiettorie del volano. Era come se riuscisse a anticipare ogni sua giocata, come se avesse registrato ciò che era accaduto nel set precedente e lo avesse analizzato mentalmente in modo che non potesse più ripetersi. Peter Gasser era un computer senza nessun bug nel sistema operativo.
Nel giro di qualche minuto il punteggio segnava otto punti a due in suo favore e Giulio si trovava con le gambe pesanti e la testa confusa. Era come se non riuscisse più a fare ciò che prima gli veniva naturale e, anche se i meriti del suo avversario erano evidenti, lui aveva smarrito il filo e la cattiveria agonistica che lo aveva caratterizzato fino ad allora. Doveva assolutamente reagire prima che fosse troppo tardi.
Giulio si diede un pugno su una coscia per spronarsi e decise che era il momento di mettere in campo tutte le energie che gli erano rimaste, a costo di uscire strisciando dal terreno di gioco. Entrambi i giocatori erano consapevoli che si era arrivati alla fase decisiva della loro sfida e che non esistevano più margini di errore per rimediare. Ora un singolo punto pesava come un macigno e bisognava lottare su ogni volano per non lasciare nulla di intentato.
Gasser servì lungo e la contesa riprese nel silenzio surreale del palazzetto.

 
 
 

 

 



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