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   Kral   

 

Ma i marziani? A che sport giocano?



a cura di
Il Gioja

Un paio di giorno fa mi ha avvicinato un marziano. Sì, proprio uno di quelli verdi con le antenne: era esattamente come lo immaginiamo. Passato il mio stupore iniziale ha iniziato a farmi domande: "Cosa è il lavoro? Cosa è la famiglia? Lo sport?" Lo so… penserete al solito pretesto narrativo, neanche tanto originale, ma provate voi a non rispondere ad un tizio verde, molto cortese, che fa domande con l'insistenza di un venditore di contratti energetici spaziali! Tralascio i miei tentativi di spiegare perché noi umani lavoriamo, cerchiamo di farlo oppure tentiamo di evitarlo. Per l'argomento famiglia - confesso - mi sono dovuto aiutare con wikipedia. Sullo sport invece ho cercato di dare spiegazioni senza l'aiuto di supporti informatici. Più ne parlavo più il mio interlocutore mi manifestava incredulità. Un po' come quando - in periodi precedenti al politicamente corretto - chiedevamo un’indicazione stradale e ci accorgevamo di aver beccato il grullo del paese - oggi ridenominato "ipo-comprendente ivi locato". Insomma il marziano aveva beccato la persona sbagliata e se ne è accorto subito. Le mie spiegazioni non chiarivano nulla e anzi dimostravano solo la mia confusione mentale e diversi conflitti personali irrisolti.

Lo sport fa bene alla salute! Si fa movimento fisico per stare meglio, per essere in forma. C’è chi va in bicicletta, chi va in palestra a fare pesi, chi corre. "Sì ma le gare? La vittoria? Il professionismo" mi incalzava il visitatore spaziale "fa forse bene alla salute vincere?" Non proprio - ho risposto io - gli umani provano piacere nel vincere. Lo sport è la continuazione della guerra, però senza spargimenti di sangue. Il tifo? No. Quello non c’entra con lo sport, direi che ha a che vedere con il senso di identità. Parteggi per qualcuno che ti può far vincere anche se stai seduto in poltrona. Quindi si può sentire il profumo della vittoria in qualità di atleti, oppure per interposta persona. De Coubertin? L’avete sentito nominare anche voi lassù su Marte? Nooo, roba vecchia, i giovani non sanno neanche chi è. A uno che pensava che l’importante è partecipare e non vincere non ci crede più nessuno. Anche la partita a tennis con il geometra del secondo piano non la fai per tenerti in allenamento, ma per il gusto di distruggere il suddetto geometra. Ci nasciamo o ci hanno insegnato nella nostra cultura a dover primeggiare? Non lo so. Forse c’è chi nasce più competitivo e chi lo è meno.  Di sicuro ai bambini si insegna che devono sforzarsi per vincere. Le attività sportive a loro dedicate vengono svolte in società sportive dove, di norma, si cerca di fargli raggiungere risultati sportivi di rilievo. Così sono contenti i bambini che vincono, i genitori che scoprono di avere dei figli eccezionali. Sono soddisfatti i presidenti delle società che si fanno pubblicità e gli allenatori che possono essere definiti bravi e competenti e continuano a trovare lavoro. Il lato educativo di questo cosiddetto sport è il fatto che allenarsi ti permette di ottenere risultati. La vittoria la puoi ottenere solo con il duro lavoro. Quindi rappresenta una metafora della vita. Vuoi raggiungere degli obiettivi? Lavora per ottenerli! "Ma gli altri?" mi chiedeva il marziano incuriosito "tutti i ragazzi che pur avendo lavorato duramente non hanno vinto nulla?  Perché solo il primo vince, vero? Gli altri cosa imparano? È utile anche per loro questo lato educativo dello sport?". Lì mi sono confuso, chiedo scusa a tutti gli amici sportivi ma non sapevo più cosa rispondere. Mi sono venute in mente le arti marziali che dicono che il nemico siamo noi stessi ed è quello che combattiamo. Per migliorarci! Per spostare avanti i nostri limiti! Ma non ero convinto che questa fosse la risposta che spiegava l'esistenza delle gare nello sport nel mondo moderno. Per prendere tempo ho spiegato che il professionismo è un modo per permettere ai più bravi di specializzarsi e dedicarsi completamente ad un'attività sportiva. Però è un lavoro con tutti i pro e i contro. In molti sport l'atleta fa parte della squadra che è disposta a pagargli lo stipendio maggiore e non si capisce perché i tifosi parteggino per una squadra di mercenari che stanno lì solo finché non trovano qualcuno che li paga meglio.

Ecco, in effetti, forse il marziano sono io, che ho smesso di tifare per una squadra di calcio ed ho iniziato a praticare a quaranta anni uno sport che in Italia pochi conoscono: il badminton. Il visitatore spaziale proprio me doveva incontrare? Non rappresento nessuno e faccio sport per migliorare me stesso proprio come farebbe un artista marziale, un combattente... insomma come si chiamano 'sti guerrieri orientali? Ma soprattutto la domanda a cui non sono riuscito a rispondere è stata "Chi non vince, cosa impara? Che doveva fare meglio? Che si può sempre migliorare?" Una domanda insidiosa quella del marziano. In effetti l’alto numero di abbandoni sportivi tra i ragazzi che fanno sport forse lo potremmo addebitare proprio a questa mancanza di vittorie. In parte ad una selezione naturale che viene effettuata dalle società: se non sei portato per uno sport perché qualcuno dovrebbe investire tempo su di te? Se sei un ragazzo che non ottiene risultati -nonostante l’impegno profuso- perché dovresti continuare ad impegnare il tuo tempo? Per continuare a perdere? Per guardare le partite dalla panchina?

Lo sport spesso nella nostra società - professionisti a parte - è una cosa per ragazzi e per signori danarosi che possono permettersi le iscrizioni in circoli costosi. Me lo dice anche anche il giovane assessore allo sport del comune della mia città quando gli chiedo perché non riesco a farmi affidare spazio comunale per far giocare gli adulti che vogliano praticare il badminton. "Siamo in tanti", gli dico, " e vorremo avere uno spazio palestra del comune. Purtroppo la maggioranza delle polisportive sono dedicate ai ragazzi, e non ai grandi." L'assessore me lo conferma: mi dice che l’obiettivo primario del comune è dare gli spazi a chi allena i ragazzi e chissà perché me lo dice in inglese: core business mi dice o qualcosa del genere, neanche fosse un manager di una multinazionale che deve convincermi del suo piano industriale. Gli adulti invece, sempre secondo lui, se vogliono possono giocare a tennis o a calcetto… pagando bei soldoni - aggiungo io.

Insomma caro marziano, spesso lo sport è visto come roba da ragazzi che devono imparare a vincere e alla tua domanda lì per lì, non sono riuscito a risponderti. Sei ripartito sulla tua astronave lasciandomi in balia dei tuoi dubbi che ora sono anche i miei. La vittoria è educativa? Più ci penso e più credo che vorrei fondare una polisportiva dove si deve praticare molti sport per migliorare se stessi, per sfidare i propri limiti e soprattutto che abbia l’obiettivo di insegnare a perdere e non a vincere. Quante volte nella nostra vita adulta ci troviamo con il sedere in terra? Un'infinità. Dobbiamo rialzarci e ripartire e nella maggior parte dei casi non possiamo abbandonare la partita perché sono in ballo l’esistenza delle nostre famiglie, la nostra stabilità economica o mentale, in breve, la nostra vita. Lo sport ci deve insegnare a rialzarci e continuare a giocare, magari con il sorriso sulle labbra e non a vincere. Il confronto con gli altri è sempre importante perché dobbiamo trasformare i nostri errori in insegnamenti per noi stessi. Vincere invece è la cosa meno educativa che può succedere, soprattutto ad un bambino, che potrebbe credere di essere arrivato. Poi un giorno troverà qualcuno che lo batterà e se non avrà imparato a perdere smetterà di fare sport, di provare a migliorare se stesso. Lo farà in qualche altro campo? Di sicuro avrà tante gare a cui partecipare nella vita. Ma avrà imparato a perdere e non arrendersi? A rafforzare l’autostima a prescindere dal piazzamento in classifica? O gli avranno solo insegnato che vincere è l’unica cosa che conta?
P.s. Se avete smesso di fare sport, qualunque età abbiate, riiniziate, non è mai tardi per tenersi in forma e per imparare a perdere.

 
 
 

 

 



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